STRUMENTI DI PIANIFICAZIONE E DEVOLUZIONE

La pianificazione successoria può definirsi quell’insieme di attività, che, in applicazione degli strumenti giuridici offerti dalle norme, consente di ottimizzare, sotto il profilo fiscale o per esigenze personali, la trasmissione del patrimonio ad altri soggetti, previene le liti tra gli eredi e permette di destinare i beni di cui si dispone.

Esistono molteplici strumenti che consentono di gestire al meglio la pianificazione successoria, ma è necessario individuare, tra le varie possibilità, quelle più adatte alle esigenze individuali, affidandosi a soggetti competenti.

La donazione è un contratto, col quale una parte (donante), per spirito di liberalità, arricchisce l’altra (donataria), disponendo a favore di questa di un suo diritto o assumendo verso la stessa un’obbligazione. L’istituto della donazione è composto da due elementi: lo spirito di liberalità e l’arricchimento.
Lo spirito di liberalità consiste nello stato d’animo soggettivo del donante pienamente consapevole di essere libero di compiere o meno l’atto di attribuzione patrimoniale. L’arricchimento consiste nell’incremento del patrimonio del donatario con correlativo depauperamento del donante.
Oggetto della donazione può essere qualunque bene presente nel patrimonio del donante: non può essere un bene altrui né un bene futuro. La donazione è un atto solenne: deve essere fatta per atto pubblico, alla presenza irrinunziabile di due testimoni.
La donazione è nulla:

  • se manca uno dei suoi elementi essenziali
  • se ha causa illecita o oggetto illecito, impossibile, indeterminabile
  • se contrasta con una norma imperativa.

Si ha donazione indiretta quando il donante raggiunge lo scopo di arricchire un’altra persona servendosi di atti che hanno una causa diversa da quella della donazioni quali:

  • contratto a favore di un terzo
  • cointestazione di buoni postali fruttiferi
  • il pagamento di un’obbligazione altrui compiuto dal terzo
  • l’intestazione di beni a nome altrui
  • la vendita ad un prezzo molto inferiore al valore reale del bene trasferito o a un prezzo eccessivamente alto
  • la rinuncia abdicativa

Esistono, infine, figure particolari di donazione quali:

  • donazione remuneratoria
  • donazione obnuziale
  • donazione con riserva di usufrutto

La donazione remuneratoria è la libertà fatta per riconoscenza, in considerazione dei meriti del donatario e per speciale remunerazione. La donazione obnuziale è una donazione fatta in vista di un determinato futuro matrimonio dagli sposi tra loro, o da altri a favore degli sposi o dei figli nascituri. La donazione con riserva di usufrutto prevede espressamente la possibilità per il donante di riservare l’usufrutto dei beni donati a proprio vantaggio e, dopo di lui, a vantaggio di una o più persone, ma non successivamente tra loro.

Si definisce familiare l’impresa in cui prestano attività di lavoro continuativa il coniuge dell’imprenditore, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo. La legge di riforma del diritto di famiglia, nel prevedere l’istituto dell’impresa familiare ha inteso disciplinare un fenomeno diffuso nella nostra realtà sociale, soprattutto in agricoltura ma anche nelle attività commerciali ed artigiane, in cui accade che i familiari prestino di fatto, ossia senza una regolamentazione contrattuale, un’attività lavorativa nell’impresa del loro coniuge, parente o affine. La disciplina sull’impresa familiare trova applicazione solo quando non sia configurabile, tra i familiari che cooperano nell’impresa, un diverso rapporto giuridico, di società o di lavoro subordinato o autonomo, essa ha pertanto carattere suppletivo.
Tale disciplina mira a proteggere i familiari che prestano lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare, rendendoli partecipi dei profitti e della direzione dell’impresa ed impedendo così che la comunità familiare possa in qualunque modo dare origine e copertura a rapporti, se non di sfruttamento, di subordinazione fra i suoi membri.
Due sono gli elementi costitutivi di tale istituto:

  • un rapporto familiare: oltre all’imprenditore, partecipano all’impresa il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo;
  •  l’attività di lavoro nell’impresa, svolta in modo continuativo.

L’impresa familiare nasce automaticamente, a prescindere dalla volontà dei suoi membri; pertanto, essa non ha fondamento negoziale, ma trova la sua giustificazione nel vincolo di solidarietà familiare. Particolarmente dibattuta è la natura giuridica dell’impresa familiare, configurata da alcuni come un’impresa individuale e da altri come un’impresa collettiva.
Dalla partecipazione all’impresa familiare, il soggetto acquista:

  • il diritto al mantenimento, secondo la condizione patrimoniale della famiglia;
  • il diritto di partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda.

Accanto di diritti di contenuto economico, la legge attribuisce ai familiari anche il diritto di partecipare alla gestione dell’impresa. Il diritto di partecipazione si configura come un diritto di credito. In caso di conflitto con i creditori dell’impresa, prevalgono questi ultimi, dato che il diritto di partecipazione presuppone un’impresa in attivo. In caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell’azienda, viene riconosciuto a ciascun partecipe un diritto di prelazione.
La L. 76/2016 (legge Cirinnà) ha inserito all’interno del codice civile l’art. 230ter, il quale estende al convivente di fatto, che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente, il diritto di partecipare agli utili dell’impresa familiare e ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento.

Il patto di famiglia può essere definito come “il contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti, senza che vi possano essere contestazioni in sede di eredità”. Viene qualificato come patto successorio di tipo dispositivo, finalizzato a permettere agli imprenditori di gestire il passaggio generazionale della propria impresa. Pur incidendo notevolmente sulla sostanza della successione testamentaria dell’imprenditore, il patto di famiglia è un contratto tipicamente tra vivi, che comporta il trasferimento immediato dell’impresa di famiglia. Il Patto di famiglia deve essere stipulato per atto pubblico.

Al contratto devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore. Per evitare liti e incomprensioni tra eredi può essere utile, prima della stipula del patto, far predisporre una perizia di stima sull’azienda o sulle quote al fine di determinare i corretti conguagli tra i partecipanti dell’atto. Gli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare gli altri partecipanti al contratto, nel caso in cui questi non vi rinunzino in tutto o in parte.
La quota di liquidazione si calcola in base al valore delle quote, essa può essere costituita sia da una somma di danaro che in natura. I beni assegnati con lo stesso contratto agli altri partecipanti al patto non assegnatari dell’azienda sono imputati alle loro quote di legittima. Il patto può essere impugnato entro un anno dalla sua stipula da tutti i partecipanti. Tutto quello che i contraenti ricevono non è soggetto a collazione o riduzione.
In tema di benefici fiscali, i trasferimenti effettuati attraverso i patti di famiglia ex art. 768 bis c.c., a favore dei discendenti e del coniuge, di aziende e di rami di esse, di quote sociali e di azioni non sono soggetti all’imposta sulle successioni o donazioni. Tale beneficio spetta limitatamente alle partecipazioni mediante le quali è acquisito o integrato il controllo ai sensi dell’art. 2359 c.c. e si applica a condizione che gli aventi causa proseguano l’esercizio dell’attività d’impresa o detengano il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, rendendo, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all’atto di donazione, apposita dichiarazione in tal senso.
Le cause di scioglimento del contratto che istituisce un patto di famiglia sono tassative:

  • un diverso contratto, con le medesime caratteristiche e i medesimi presupposti previsti dalla normativa in tema di patto di famiglia;
  • la possibilità di esercitare il diritto di recesso, ove espressamente contemplato nel contratto istitutivo del patto e, necessariamente, attraverso dichiarazione agli altri contraenti certificata da un notaio.

Il trust è un istituto giuridico di origine anglosassone che ha come finalità quella di separare dal patrimonio di un soggetto, alcuni beni per il perseguimento di specifici interessi a favore di determinati beneficiari o per il raggiungimento di uno scopo determinato, attraverso il loro affidamento e la loro gestione a una persona (cd. “trustee”) o ad una società professionale (cd. “trust company”). L’istituto del “trust” pur non essendo disciplinato in modo specifico da alcuna norma di diritto interno è considerato come “legittimo” in virtù della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985, entrata in vigore il 1 gennaio 1992.

Si tratta, pertanto, di un istituto riconosciuto in Italia ma non regolamentato dalla legge italiana. Il trust rappresenta, pertanto, un’ipotesi particolare di patrimonio separato. Nello specifico, il patrimonio separato è costituito da quei beni o rapporti che, in virtù di una particolare destinazione, sono “staccati” da un soggetto ma continuano ad appartenere a quest’ultimo.

Nel Trust si individuano quattro elementi distinti e precisamente: un disponente, un insieme di beni (mobili o immobili), il trustee ed il beneficiario.
I beni del trust passano formalmente dal disponente al trustee e costituiscono una massa distinta dal patrimonio di quest’ultimo, vincolata dalla destinazione stabilita nel trust, cosicché il trustee non ne può disporre in proprio, né essa può essere aggredita dai creditori del trustee. I beni conferiti in trust beneficiano della segregazione patrimoniale, non fanno parte del patrimonio del trustee e il trustee è investito del potere-dovere, di cui deve rendere conto, di amministrare, gestire e disporre beni secondo i termini del trust e le norme particolari impostegli dalla legge.

Lo scopo del trust è conseguito mediante la separazione dei beni dal restante patrimonio del disponente e la loro intestazione a un altro soggetto. Usualmente il trust viene istituito a protezione dei beni immobili; si realizza così una vera e propria “protezione” patrimoniale in quanto i beni diventano impignorabili. Proprio per tali motivi il trust viene spesso impiegato per separare e proteggere il patrimonio personale da quello aziendale o per tutelare tutti quei soggetti il cui patrimonio può essere compromesso da attività professionali rischiose. Altro motivo che può indurre un soggetto a ricorrere al trust è la tutela del patrimonio per finalità successorie: di frequente un trust viene costituito allo scopo di tutelare un patrimonio nel passaggio generazionale. L’istituzione di un trust in determinati casi può determinare un “vantaggio di natura fiscale”, ma se tale finalità è stata l’unico o principale motivo che ha spinto il soggetto ad istituire un trust, esso può essere considerato illegittimo e pertanto revocato e soggetto a sanzione.